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Ospedali

Obiezione di coscienza o omissione di cura? Cosa ne pensa la Chiesa cattolica

Può il ginecologo, la ginecologa, invocare i “motivi di coscienza” nel rifiutarsi di procedere con l’aborto quando la gravidanza è compromessa, la vita della madre a rischio, ma il cuore del feto batte ancora?

La legge 194, che pure prevede l’obiezione di coscienza sull’aborto, afferma che essa “non può essere invocata dal personale sanitario, ed esercente le attività ausiliarie quando, data la particolarità delle circostanze, il loro personale intervento è indispensabile per salvare la vita della donna in imminente pericolo”.

Legalmente, dunque, la risposta è no. E moralmente? Qual è l’indicazione della Chiesa Cattolica?

Con la morte di Valentina Milluzzo, 32 anni, 19esima settimana di gravidanza, si torna a parlare di aborto terapeutico e obiezione di coscienza. Valentina è deceduta all’Ospedale Cannizzato di Catania, dopo avere espulso i due feti ormai privi di vita, devastata da più di 15 ore di sepsi (setticemia). Il medico era obiettore di coscienza e, così denunciano i familiari, avrebbe rifiutato l’intervento necessario a salvare la madre perché il battito fetale era ancora presente.

Non sarebbe stato etico, per il medico, intraprendere un aborto – per uccidere direttamente uno o entrambi i gemelli – per salvare la vita della madre.” Inoltre, “è buono e giusto che il medico abbia ascoltato la propria coscienza in questa situazione, e il responso della coscienza deve essere onorato”. Ad affermarlo è John F. Brehany, PhD, eticista per il National Catholic Bioethics Center, in merito ai fatti appena descritti.

“Eticamente parlando – aggiunge – non è chiaro se il medico sapesse o avrebbe potuto sapere quando è avvenuta la morte dei feti. Questo è eticamente rilevante perché una volta stabilita la morte fetale, non ci sarebbe stato alcun ostacolo etico a eseguire le operazioni necessaria per svuotare l’utero e salvare la madre dall’infezione”.

In base a questa posizione, è il battito del cuore del feto a determinare la scelta del medico obiettore (obiettrice) di procedere o meno con l’aborto anche quando la gravidanza è compromessa e la vita della madre a rischio.

Non è così per don Mauro Cozzoli, docente di teologia morale alla Pontificia Università Lateranense ai microfoni di Radio Vaticana:

“Laddove c’è un problema anzi addirittura un’emergenza terapeutica curativa, il medico deve sempre intervenire. L’obiezione di coscienza non esime mai il medico dalla cura, va subito chiarito. Per cui il medico obiettore di coscienza deve sempre  intervenire per curare. Questo è indubbio”.

Se il medico, obiettore di coscienza, non si fosse adoperato per salvare la vita di Valentina Milluzzo, sarebbe perciò colpevole non solo legalmente, ma anche anche moralmente. E la sua sarebbe – dice don Mauro Cozzoli – “omissione di cura“.

Pietro Parolin, Segretario di Stato Vaticano, scrive in una nota per il convegno “Coscienza senza diritti?”, che si è svolto il 21 ottobre nell’Aula dei gruppi a Montecitorio:

“il vero problema posto dall’obiezione di coscienza non è solo quello della sua affermazione, ma anche quello della sua limitazione, al fine di evitare che una indiscriminata affermazione del diritto di obiezione comporti un’anarchia di fatto ed una arbitraria sottrazione agli obblighi di legge”.

Dichiarazioni nette, che però non sempre trovano riscontro nelle pratiche ospedaliere:

“Il cuore del bambino batte ancora. In tutta Italia nei reparti dei punti nascita religiosi, e dei punti nascita a schiacciante maggioranza religiosa, si usa questa frase per mettere a rischio le donne. Ancora. Ancora vuol dire che la gravidanza è ormai irrimediabilmente compromessa, ma il cuore del feto continua a battere. Per le donne fra la 16esima e la 22esima settimana, con feti che secondo i protocolli internazionali, non vanno rianimati in quanto incompatibili con la sopravvivenza, questa frase rischia di diventare una condanna a morte tutti i giorni.”

Così scrive su Il Manifesto del 27 ottobre 2016 Elisabetta Canitano, presidente dell’Associazione Vita di donna, ginecologa. Che prosegue:

“La maggior parte di queste donne hanno il sacco rotto (non riusciamo a sapere se era anche il caso di Valentina alla 19esima settimana) e la grande parete dell’utero, carne viva, è dunque a contatto con l’esterno, a rischio di grandissima infezione, la setticemia, modernamente chiamata sepsi. Certo, la sepsi non sempre arriva, prima o poi il battito cessa, o arrivano le contrazioni, in qualche modo il corpo della donna riesce a liberarsi del suo contenuto, e non succede niente. Ma lasciarle lì, dicendo «non possiamo intervenire, c’è il battito», per ogni ora aumenta il loro rischio di avere una sepsi mortale.

Cosa fare allora? Dove ci sono i medici che applicano la legge 194/78 si spiega alle donne che quel loro desiderato bambino non può più nascere e rischia di ucciderle, proponendo un aborto terapeutico.
In alcuni Ospedali religiosi si chiama un Ospedale laico e solidale e con un sotterfugio (lei firmi, esca sotto la sua responsabilità, lì la aiuteranno) e si fa compiere lì quel gesto di solidarietà indispensabile per proteggere la vita della donna. In altri si procede senza tanta burocrazia, dicendo alla donna «è la cosa migliore, non c’è più speranza», così come si fa un cesareo urgente a qualsiasi settimana per una donna che ha una crisi eclamptica (le convulsioni della tossicosi gravidica). E poi qualcuno spinge l’asticella più in alto.” – Scrive Canitano riferendosi al caso di Valentina Milluzzo.

 

Perché il caso di Valentina Milluzzo non si ripeta è necessario ragionare insieme, obiettori e non, per porre limiti all’obiezione di coscienza affinché non si trasformi in omissione di cura.

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Informazioni su EC

@Ele_Cirant - giornalista pubblicista, bibliotecaria, web content editor, video-maker. Argomenti: diritto alla salute e salute riproduttiva, contrasto alla violenza di genere, studi di genere, cittadinanza attiva

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