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Letture e visioni

Piena di niente. Quattro storie vere sull’aborto e l’obiezione di coscienza in Italia

Intervista ad Alessia Di Giovanni, autrice insieme a Darkam di un fumetto che racconta quattro storie vere sull’aborto e l’obiezione di coscienza in Italia.

Piena di niente è il titolo della graphic novel edita da Becco Giallo, che pubblica fumetti d’impegno civile. I colori che sporcano, macchiano e sbordano, le campiture indefinite, i tratti nervosi, imprecisi, sovraccarichi, tutto concorre a trasmettere greve solitudine, spaesamento, scissione. A partire dal contenuto delle vicende narrate:

Giulia, Monica, Elisa, Loveth. Quattro donne sole. Quattro gravidanze non desiderate. Quattro corpi in cui perdersi. Quattro storie di libertà negate.

Ho letto il libro diverse volte. Piena di niente ha un impatto emotivo molto forte: suscita disturbo, confusione, malessere. Dopo una prima lettura, mi è stato necessario riprenderlo dall’inizio per seguire e quasi districare i fili delle storie, che scorrono pagina dopo pagina senza stacchi. Sono come voci che rimbombano da una stanza all’altra. Quando ho messo via il libro le immagini hanno continuato a danzare nella mente per parecchio tempo.

L’opera è una denuncia verso il sistema dell’obiezione di coscienza, che rende la scelta di interrompere una gravidanza un percorso ad ostacoli. Ma sono anche altri i piani di lettura. Le autrici riescono a mettere in scena, dell’esperienza di aborto, tanto gli aspetti intimi quanto le proiezioni che il contesto sociale getta su questa esperienza, contribuendo a darle forma.

Ad Alessia Di Giovanni, sceneggiatrice e scrittrice, ho rivolto qualche domanda volta a descrivere il percorso che ha preceduto e accompagnato questo lavoro. A partire dal dato anagrafico

A. D. G. Ho trent’anni.

E. C. La prima volta che mi sono trovata a discutere con qualcuno di aborto me la ricordo chiaramente. Ero in seconda media, con una compagna di scuola che sosteneva che l’aborto avrebbe dovuto essere vietato perché si tratta di un omicidio. A mia volta rivendicavo il diritto di una donna a decidere se portare avanti una gravidanza. Per te quando è stata la prima volta in cui ti sei trovata a pensare e discutere di questo argomento?

A. D. G. Sono cresciuta in una famiglia dove i figli sono “arrivati”, condannando i destini delle persone coinvolte, quindi fin da molto piccola ho sentito parlare di aborto, pillola, scelta. E della “non-scelta” che spesso le donne fanno quando “restano incinta” perché è più comodo così, perché si dice loro che devono corrispondere a una certa idea di donna che mette da parte altre aspirazioni per “accudire” le aspirazioni degli altri.

E. C. Che cosa ti ha spinto ad occuparti di questo argomento?

A.D.G. Il mio passato nero, una famiglia di lupi, una violenza subita, le conseguenze che si portano sul corpo e nell’anima di cui in qualche modo, qualunque modo, devi liberarti.

E.C. Quali enti, associazioni e collettivi* ti hanno aiutato e ti hanno permesso di raccogliere dati e racconti per la tua ricerca?

A.D.G. Numerosi: ho frequentato ragazze che hanno abortito, storie belle e storie brutte, consultori, associazioni e reparti di Ivg, che mi hanno permesso di assistere al loro lavoro e seguire con loro le persone che vi si rivolgevano, oppure, come nel caso delle associazioni antitratta, di andare con loro in strada a parlare con le donne sfruttate straniere per convincerle a sottrarsi ai loro sfruttatori. E’ stata un’esperienza intensa perché vieni catapultata in situazioni estreme, al limite, e tra le persone può crearsi un legame immediato o un muro invalicabile. Per fortuna, raramente si è costruito un muro. E il legame è andato oltre quelle stanze, quei reparti, sale quelle, quelle strade. Loro sono entrate dentro di me. Per sempre.

E. C. Come hanno accolto il tuo lavoro e come si è realizzata la vostra collaborazione?

A. D. G. All’inizio è stato difficile convincerli, la riluttanza e la burocrazia sono uno degli ostacoli maggiori quando fai la sceneggiatrice. Ma poi ho spiegato loro cosa volevo raccontare e loro stessi si sono resi conto dell’esigenza di raccontare quello che facevano. E mi hanno dato la massima disponibilità, permettendomi di osservare, frequentare le equipe, chiedere… ossessionare anche. Accogliendomi come se fossi una di loro, andando ben oltre il loro dovere di operatori, medici, infermieri, volontari… E’ stata prima di tutto un’esperienza umana.

E. C. Un tema forte del libro è la sessualità maschile, che percorre le quattro storie come una trama. Ognuno di questi aborti è l’esito di una forma di violenza, anche quella che si annida nelle relazioni d’amore. Confermi?

A. D. G. Il “fidanzato” di Monica, così come quello di Lisa, sono esempi di non-relazioni. Sono persone – e uso appositamente il termine persone e non uomini – che Monica e Lisa frequentano per sentirsi complete. Nel caso di Monica, la ragazza che gira per Roma con il feto in borsa, lei è colma di cultura romantica, leggi: cultura in cui una persona non è niente senza l’altro. Chiunque altro. E’ questo che volevamo sottolineare io e Darkam. Altro discorso per Loveth, la ragazza sfruttata e abusata dal prete che dovrebbe aiutarla. E’ un discorso più ampio sulla religione in particolare e contro questa scissione della società tra corpo e spirito, tra sesso e razionale, tra dovere e potere, tra laico e religioso, tra io e gli altri, tra particolare e collettivo… divisioni inconsistenti a mio parere.

E. C. Il vostro lavoro mi ha colpito profondamente. Se da un lato colgo la forza della denuncia, d’altra parte mi sembra che la scelta grafica finisca per confermare che l’aborto è qualcosa di “sporco”, di disturbante. Cioè conferma proprio quell’aspetto di realtà che con la vostra denuncia vorreste cambiare – in un’altra intervista affermi che l’aborto dovrebbe essere considerato per quello che è, un’esperienza normale nella vita riproduttiva di una donna. Come si tengono insieme questi due aspetti?

A. D. G. Perché l’obiezione è un atto di violenza verso un altro essere umano, è un atto criminale perpetrato in nome di una convinzione io proibisco a un’altra persona di fare qualcosa. Per questo nel fumetto abbiamo dato tanto spazio ad altre forme di violenza, al sangue, al sesso, alla carne incisa, alla solitudine estrema, perché tutto questo è riconducibile alla violenza più sottile, ipocrita e connessa alla luce del giorno di chi obietta.

Se l’aborto è un atto normale della vita della donna, è lo Stato che lo fa diventare un atto a-normale. Noi abbiamo raccontato l’incubo in cui lo Stato trasforma l’aborto quando dissemina di ostacoli il percorso di uan donna che ha scelto in modo consapevole di non diventare madre, come mostriamo con ironia nel gioco da tavolo dell’aborto. Abbiamo raccontato la conseguenza di certi atteggiamenti da parte di chi si dice credente, ovvero crede di conoscere la Verità e quale sia il Bene per gli Altri.

Abbiamo mostrato il negativo per affermare il positivo.

 

*Alessia ne cita alcune e alcuni nei ringraziamenti: «Silvia Landi, Collettivo Altereva, Laura Onofri, Se non ora quando? Comitato di Torino, Silvio Viale, le infermiere del reparto di IVG dell’Ospedale Sant’Anna di Torino, Lorenzo Bartoli, il personale del reparto di chirurgia del Sant’Anna di Torino, Holy Other, Associazione Liberazione e Speranza, Edith su quel treno da Bologna verso il nulla, Virginia Mori, Dario Fava e Oge del Numero Verde Antitratta».

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Informazioni su EC

@Ele_Cirant - giornalista pubblicista, bibliotecaria, web content editor, video-maker. Argomenti: diritto alla salute e salute riproduttiva, contrasto alla violenza di genere, studi di genere, cittadinanza attiva

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