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Politiche

Laura Puppato sull’aborto. La posizione del Partito democratico, le responsabilità del Ministero della salute

Laura Puppato, senatrice del Partito democratico, è per la piena applicazione della legge 194 sull’interruzione volontaria di gravidanza. Anche lei, come le deputate Pia Locatelli (Psi) e Celeste Costantini (Sel), ha raccolto l’invito di Vita di donna, Laiga, Agite, e Noi donne, a fare il punto sulla situazione in Europa e in Italia. L’occasione è stata il voto al Parlamento europeo del Rapporto Tarabella. Il Rapporto, votato il 10 marzo 2015, è stato approvato ma con un emendamento presentato dal PPE (Partito popolare europeo, area di centro-destra) che sottolinea che le politiche in materia di diritti sessuali e riproduttivi rimangono di pertinenza degli Stati (qui l’analisi di Simona Sforza). Con Laura Puppato abbiamo parlato delle possibili azioni istituzionali per la corretta applicazione della legge 194 e delle posizioni del Pd in materia di aborto, materia su cui alcune e alcuni parlamentari votano con il fronte opposto, come è avvenuto anche in occasione del Rapporto Tarabella quando Silvia Costa ha sostenuto l’emendamento del PPE. Dal recente voto a Strasburgo prende avvio l’intervista.

E. C. Perché il Partito socialista europeo ha accettato questa mediazione?

E. C. Quella di un’Europa che non è capace di valorizzare le legislazioni più avanzate in materia sociale come i diritti umani e civili purtroppo non è una novità, è una storia che abbiamo già visto, sia in politica estera, che fiscale, e nella stessa politica del lavoro. Scontiamo in Europa questo deficit. L’Europa è una difficile comunione, diciamo così, di popoli e di nazioni che hanno storie differenti e risentono ciascuna del proprio passato e della propria cultura. Abbiamo un avanzare di un passo e poi un retrocedere di altrettanto, o di mezzo passo. E’ un avanzare lento.

In Italia grazie alle battaglie delle donne negli anni Settanta abbiamo ottenuto la legge 194, il divorzio, abbiamo ottenuto un livello di civiltà buono, in perfetto allineamento con le migliori democrazie europee. Nel corso degli ultimi 20 anni ci siamo scavate la fossa. Determinate conquiste non c’è stato il coraggio di cancellarle dal punto di vista legislativo, ma nel contempo le hanno svuotate nei fatti, scegliendo formule come quella dell’obiezione di coscienza dei medici ma ancora più con lo svuotamento economico, con la carenza di risorse – ad esempio sui consultori – che ha di fatto svuotato una delle più importanti conquiste delle donne.

La sua posizione è prevalente o minoritaria nel suo partito?

Assolutamente prevalente. Ieri pomeriggio abbiamo avuto un’ampia discussione sui diritti civili, proprio con il premier Renzi, dove si è cercato anche lì di fare sintesi fra le diverse sensibilità e si è giunti alla conclusione che l’Italia è certamente matura per avere per esempio la legge sul cosiddetto matrimonio egualitario, così come non è facile far passare il tema delle adozioni per le coppie omosessuali, ma ci sono buone chance. Siamo in recupero con questo parlamento e con questo governo, ma le difficoltà ci sono. Non possiamo non notarlo. Sono difficoltà interne ma soprattutto esterne, noi siamo con una maggioranza spuria, che ci vede insieme a una forza che dal punto di vista dei diritti civili è quella più ortodossa e più assolutista, certamente più chiusa. Quindi le difficoltà ci sono perché dobbiamo continuamente mediare e le mediazioni non sono al rialzo.

Quali sono dunque i diritti non negoziabili del Pd, cioè su quali diritti le intese non dovrebbero reggere?

I diritti non negoziabili sono nel nostro programma di governo, quindi non dico nulla di nuovo. Sono la cittadinanza per i bambini che nascono in Italia, quindi lo Ius soli, per le coppie omosessuali il diritto alla riconoscibilità da parte dello Stato e quindi questo matrimonio egualitario o civil partnership come dir si voglia, sono gli aspetti relativi al recupero del diritto della donna a scegliere… però, mi permetta, parliamo sempre del diritto di aborto, ma la legge 194 parla anche di aiuto alle mamme in difficoltà. Non diamo neanche l’aiuto previsto dalla legge. Questa è una società dove gli individui sono sempre più soli e vengono meno le reti di solidarietà. Quindi tra le questioni che appartengono alla cultura del centro-sinistra e del Partito democratico c’è la necessità di tornare a mettere un campo una realtà civile e sociale che sia in grado di aiutare le persone. Questo vuol dire che solo aiutando le donne in difficoltà avremo una reale applicazione del diritto alla maternità, se la vorrà, o ad interromperla, se non lo vorrà. Teniamo conto che l’aborto è molto diffuso tra le straniere. Una quota consistente degli aborti viene vuoi dall’ignoranza, vuoi da un’assenza di aiuto della società e delle reti sociali. E’ importante la prevenzione ma anche l’aiuto nel momento del bisogno. La mancanza di un reddito certo, di un aiuto familiare, o peggio ancora la condizione di clandestinità, la maternità è un azzardo che una donna non si può permettere.

Rimarrei sul tema di come un’amministrazione può garantire la tutela della salute della donna, lasciando sullo sfondo il tema del welfare.

E. C. Rimarrei sullo scacco che da anni si registra nella possibilità delle donne di accedere a questo servizio. Le Regioni dichiarano che il problema è al livello statale e che se la legge prevede l’obiezione di coscienza, loro non ci possono fare niente. Mentre la relazione annuale della Ministra Lorenzin sulla legge 194 afferma, in conclusione, che spetta alle Regioni garantire la presenza di un’equa distribuzione tra obiettori e non obiettori. E’ un palleggio di responsabilità che va avanti da anni. Al di là delle dichiarazioni di principio nessuna azione incisiva è stata messa in campo. La cosa più incisiva che abbiamo visto a livello istituzionale sono state le mozioni approvate dalla Camera nel 2013, il cui esito è stato un tavolo tecnico che ha affermato, infine, che il problema dell’obiezione di coscienza non esiste. Nell’attesa di stabilire un welfare egualitario e di educare le donne ad avere cura di sé attraverso la contraccezione, c’è un diritto di salute che va tutelato. Come lo tuteliamo?

Dovremmo tutelarlo applicando in modo rigoroso quella legge. Dal punto di vista economico, dovremmo garantire tutti quei capitoli di spesa per coprire tutti i punti che la legge prescrive, quindi fondi ai consultori, l’aiuto psicologico, l’aiuto economico e quant’altro. Questo dovrebbe essere un presidio che le donne fanno in Parlamento, ed è una competenza che noi abbiamo, molto precisa. Dall’altra parte c’è questo rimpallo, concordo perfettamente. Ho presentato una mozione in Senato che chiede, da parte del Ministero, la verifica Regione per Regione della presenza di medici non obiettori in ragione delle esigenze, perché la piena applicazione di questa legge passa di qui. Il Parlamento aveva chiesto di verificare il rispetto delle cosiddette pari opportunità, in questo caso, tra i vari medici. Questo si è trasformato, come lei ha ben detto, in una semplice raccomandazione del Ministero nei confronti delle Regioni. Ma se si rimane a livello di semplice circolare, da una parte, e dall’altra non si dà piena attuazione, è chiaro che la legge diventa qualcosa di molto fragile. Quello che dobbiamo fare noi, collegandoci insieme, è una richiesta molto più forte, limpida e chiara. Cioè la piena e rigorosa applicazione della legge. E’ l’unica garanzia che un paese democratico può mettere in campo. Non si può scrivere una leggere sui diritti umani e poi nella pratica fare il contrario. I dati evidenziano che i tempi di attesa per l’intervento chirurgico si prolungano. Man mano che la gravidanza procede, interromperla diventa più complesso anche dal punto di vista morale. Le donne rischiano di non trovare nemmeno nella propria Regione medici disponibili all’intervento ginecologico, siamo di fronte a un vero e proprio abuso. Non basta scriverne, dovremmo pensare ad un’azione seria, noi donne, perché il tema non riguarda poche di noi. E’ un tema enorme. Dovremmo essere molto più severe. Purtroppo viviamo in periodo in cui, vuoi perché il governo è di una certa fattispecie, vuoi perché la società è piena di problemi che paiono più rilevanti dal punto di vista dell’emergenza, finiamo per dire le cose sottovoce rispetto al frastuono che c’è intorno. Questa non è una mancanza lieve, è una mancanza rilevante.

E. C. Molti ginecologi e ginecologhe che assicurano il diritto alla cura nelle interruzioni di gravidanza, quindi che non fanno obiezione di coscienza, sostengono che essendo l’IVG parte della ginecologia ospedaliera, non può essere qualcosa che si sceglie o meno di fare. Che l’opzione di obiezione di coscienza era giusta nel momento in cui è stata approvata la legge, ma adesso che sono trascorsi decenni chi decide di fare questo lavoro sa che l’aborto è qualcosa che si troverà ad affrontare.

Quindi affermano che sarebbe più sensato negare la possibilità di presentare obiezione di coscienza per i ginecologi ospedalieri. Lei cosa ne pensa?

Questo è un tema molto delicato. A me non mi piace l’ipocrisia e nemmeno le forzature, per lo stesso motivo, perché si trasformano in autoritarismo. Se il numero di obiettori fosse rimasto nei limiti in cui è rimasto per molto tempo, in numero ridotto e legittimo entro una minoranza che ha motivazioni religiose, non saremmo arrivati a questo punto.

Secondo me l’obbligo di garantire la prestazione spetta all’Asl. Nel momento in cui un ospedale apre un reparto ginecologico deve avere non meno del 50% dei medici che siano in grado di garantire tutte le prestazioni. La ragione è chiarissima. Io direttore sanitario non posso trovarmi ad avere medici che responsabilmente scelgono di fare tutto ciò che devono fare e che perciò si ritrovano a fare solo quelli, cioè solo aborti. Arrivare a questo livello può fare ritenere necessario ciò cui lei accennava, cioè l’obbligatorietà dell’intervento a prescindere dalle convinzioni religiose. E’ come quando reagiamo ad un furto barricandoci in casa. Per reagire ad un malcostume rischiamo di rinunciare a libertà e diritti.

Vorrei che nel momento in cui si fanno scelte nell’ospedale di assunzione di un medico ginecologo, il direttore sanitario stabilisse  le prestazioni che quel ginecologo è in grado di fare. Quando assumo per un reparto un medico pneumologia, mi devo accertare che le sue competenze specifiche siano nella pneumologia. Nel momento in cui si fanno bandi di concorso per assumere medici ospedalieri, bisogna fare più attenzione. Come legislatore, mi interessa poco come tu risolva il problema. Io questo ho scritto nella legge e questo devo fare. Quindi è una competenza che va garantita dalla direzione sanitaria. La volontà di giustificare con fattori religiosi il mancato servizio in questo settore è perniciosa e fumosa.

Questo obiettivo che lei ha descritto in modo così lineare a quale livello dell’amministrazione può essere realizzato e con quali strumenti?

Rientra nelle facoltà del Ministro chiedere esattamente conto di questo. Al Ministro della salute, che sa di avere in carico anche il pieno rispetto di una legge così importante, deve riuscire a farsi dare un report chiaro. Non solo un appello, che è gradito ma non sufficit, ma invece una chiara messa a disposizione di dati che possano confermare o smentire la piena applicazione di questa legge sanitaria e sociale.

Lei ha in previsione qualche azione? La mozione che fine ha fatto? (Mozione Puppato obiezione di coscienza)

Ho presentato la mozione più di un anno fa, doveva essere calendarizzata nel giugno 2014, sta ancora attendendo. Farò senz’altro un ulteriore richiesta alla Ministra, se ha avuto report in relazione alla piena applicazione di questa legge, posto che rientra nelle sue competenze sapere se quella legge è applicata in modo univoco su tutto il territorio nazionale.

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Informazioni su EC

@Ele_Cirant - giornalista pubblicista, bibliotecaria, web content editor, video-maker. Argomenti: diritto alla salute e salute riproduttiva, contrasto alla violenza di genere, studi di genere, cittadinanza attiva

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